Il 24 aprile 1976 Paola Agosti fotografava un incontro dei collettivi femministi sui consultori e tenuto alla Casa delle donne di Roma nel 1976. Erano anni in cui si parlava di aborto, il referendum che lo approverĆ arriverĆ nel 1978 mentre quello per il divorzio era del 1974. Sembrano diritti acquisiti. Non ĆØ cosƬ. Oggi, in questi giorni, in queste settimane, come ben sapete diritti conquistati dalle donne sono nel mirino di forze di destra, di estrema destra, di ultraclericali, di parlamentari leghisti (vedi Pillon) ai quali qualche pentastellato dĆ sostegno (pensate alla Cinque Stelle che ha partecipato “a titolo personale” al convegno sulle famiglie di Verona).
In altre parole, ĆØ bene parlare di femminismo e magari ricordarsi delle sue battaglie. Anche nella cultura. All’ Fm Centro d’arte contemporanea di Milano, in via Piranesi 10, ĆØ in corso fino al 26 maggio una mostra che fa pensare a quelle conquiste, ai diritti negati, anche al #metoo, volendo: “Il Soggetto Imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia”. I curatori Marco Scotini e Raffaella Perna vogliono ricostruire i rapporti tra arti visive e movimento femminista negli anni ’70 perciò vi proponiamo, su concessione degli organizzatori, il brano iniziale del saggio in catalogo di Raffaella Perna su “Arte e femminismo in Italia”.
Hanno collaborato alla mostra il Mart Museo d’arte contemporanea di Trento e Rovereto e Frittelli Arte Contemporanea.
Raffaella Perna: Arte e femminismo in Italia, ragioni di una mostra
Il 22 maggio del 1978, in unāItalia profondamente scossa dalla morte del Presidente del Consiglio Aldo Moro, ucciso il 9 maggio dalle Brigate Rosse, il Parlamento approva la legge che regolamenta lāinterruzione volontaria di gravidanza. BenchĆ© controversa, la legge 194 rappresenta per il movimento femminista unāaltra vittoria epocale, dopo quelle ottenute con il referendum sul divorzio (1974) e la riforma del diritto di famiglia (1975). Grazie alle lotte condotte dai gruppi femministi e dalle organizzazioni delle donne, negli anni Settanta, il volto del Paese muta radicalmente.
Il mondo dellāarte non rimane impermeabile al cambiamento: numerose sono le artiste, i collettivi, le critiche e le storiche dellāarte che, malgrado resistenze e ostracismi, abbracciano il pensiero e le pratiche del femminismo. Dal sodalizio tra Carla Lonzi, originale storica dellāarte, e Carla Accardi, artista di punta dellāastrattismo del dopoguerra, nasce nel 1970 Rivolta femminile, gruppo tra i più radicali del panorama italiano. La figura di Lonzi ĆØ oggi al centro di un vivo interesse critico; sempre più ricco ĆØ anche il novero di ricerche che, con metodologie e prospettive diverse, affrontano le relazioni tra arte e femminismo in Italia. Nellāambito accademico, o in parte di esso, lāimportanza del pensiero femminista nellāarte italiana ĆØ un dato ormai acquisito. Ma il fatto che questa acquisizione sia un fenomeno piuttosto recente ā che ha avuto un primo impulso negli anni Novanta e uno slancio crescente soltanto nellāultima decade ā non ĆØ un elemento privo di ripercussioni.
Da Se non ora quando a Non una di meno
Al rinnovato interesse emerso in questi anni hanno contribuito fattori molteplici, interni ed esterni alla storia dellāarte: la risonanza di alcune importanti mostre internazionali come Global Feminisms al Brooklyn Museum di New York (2007), WACK! Art and Feminist Revolution al MOCA di Los Angeles (2007), Elles@centrepompidou a Parigi (2010), sino alla più recente Radical Women: Latin American Art, 1960ā1985 allo Hammer Museum (2017), ha coinciso con una rinvigorita azione politica del femminismo.
La forza dāurto dei nuovi gruppi attivi nel Paese, tra i quali Se non ora quando e soprattutto il più giovane Non una di meno, insieme alla diffusione del movimento transnazionale #MeToo, ha avuto nel recente passato e continua tuttora ad avere importanti ricadute sulla cultura italiana. In questo mutato scenario politico, una nuova generazione di studiose sta ponendo in discussione la storiografia consolidata che per circa tre decenni ha trascurato, con poche eccezioni, lāanalisi dei rapporti tra arte e femminismo e, più in generale, del ruolo delle donne nella storia dellāarte italiana. Una rimozione, questāultima, ancora tangibile nelle collezioni private e pubbliche del nostro Paese (dove la disparitĆ tra le opere di artiste e artisti ĆØ stridente) e che ha trovato conferma, in anni recenti, nelle grandi esposizioni dedicate allāarte degli anni Settanta, tenutesi a Milano e a Roma, accomunate da una ridottissima presenza di donne.
Un decennio nevralgico
La mostra Il Soggetto Imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia mira a raccontare il decennio dei Settanta come un momento nevralgico nella storia dellāarte italiana del XX secolo durante il quale la diffusione del pensiero femminista ha prodotto una nuova consapevolezza critica, e autocritica, che ha spinto molte artiste a ripensare il proprio ruolo nella societĆ , a rivendicare spazio nei musei e nelle istituzioni, a denunciare la carenza di visibilitĆ e le discriminazioni subite, a lavorare in gruppo condividendo il proprio vissuto e talvolta le proprie ricerche artistiche. La mostra ruota attorno a una data simbolica, il 1978, anno in cui Mirella Bentivoglio, dopo circa un decennio di attivitĆ curatoriale volta a promuovere il lavoro delle colleghe artiste, organizza la mostra Materializzazione del linguaggio nellāambito della XXXVIII Biennale di Venezia, presentando circa ottanta artiste, italiane e internazionali, operanti prevalentemente nel campo verbo-visivo.
Inaugurata ai Magazzini del Sale il 20 settembre 1978, oltre due mesi e mezzo dopo lāapertura ufficiale della Biennale, la mostra non ebbe la recezione sperata: nonostante gli sforzi della curatrice, che mise in campo la sua estesa rete di relazioni con poetesse visive e artiste internazionali, lāesposizione fu gestita dallāamministrazione come un evento minore, una sorta di risarcimento per la quasi totale assenza di donne nella sezione principale della rassegna, ad eccezione della retrospettiva dedicata a Ketty La Rocca, prematuramente scomparsa nel 1976.
Nellāarea dei Magazzini del Sale alle Zattere, alla Biennale del 1978, si tennero anche le mostre del Gruppo Femminista Immagine di Varese e del Gruppo Donne/Immagine/CreativitĆ di Napoli: si venne cosƬ a creare, allāinterno dellāEsposizione, unāarea al femminile concepita per compensare lāesclusione delle donne dalla rassegna ufficiale, che di fatto ne amplificò la marginalitĆ . Lāefficacia delle mostre di sole donne ā i cosiddetti “ghetti rosa” ā fu giĆ allāepoca una questione molto dibattuta e che a tuttāoggi lascia perplessi. La critica femminista ha in più occasioni sollevato le contraddizioni e i rischi insiti in rassegne espositive fondate sulla separazione tra i sessi per meglio garantirne lāuguaglianza. E soprattutto ha posto in luce come, per riscrivere la storia dellāarte da una prospettiva femminista, non basti aggiungere una manciata di nomi di donne a una narrazione basata su canoni e strumenti analitici maschili.
Questioni aperte
Per chi, come me, da diversi anni si impegna nella storicizzazione dei legami tra arte e femminismo, queste rimangono questioni aperte con cui fare i conti nella pratica storico-critica e curatoriale. Tuttavia, la consapevolezza della perdurante difficoltĆ di accesso alle mostre, alle istituzioni e alle collezioni di molte artiste del dopoguerra italiano fa sƬ che una mostra come questa, promossa da partner pubblici e privati di peso internazionale, si presenti come lāoccasione, sotto certi aspetti eccezionale, per unāampia ricognizione storica volta a valorizzare e approfondire la conoscenza di episodi e figure non sempre noti oltre la cerchia degli specialisti. Grazie agli studi recenti ā molti dei quali pubblicati dalle autrici e dagli autori presenti in catalogo ā la mostra intende fare emergere la natura complessa e geograficamente ramificata dei legami tra sperimentazione artistica e pratica femminista.
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