Esce oggi per manifestolibri il saggio del filosofo Michele Prospero intitolatoĀ “Ottobre 1917. La rivoluzione pacifista di Lenin”.Ā Nel 1917, esattamente cent’anni fa, scoppiò la Rivoluzione che rovesciò lo zar e avviò il processo di nascita dell’Unione Sovietica, la super-potenza comunista che sarĆ protagonista di tutto il Novecento. Il libro sarĆ presentatoĀ con una serie di appuntamenti in tutta Italia.Ā Ā Ne pubblichiamo un estratto.
di Michele Prospero
Ā«Non le persone ma i partiti fanno le rivoluzioniĀ», scrive Lenin. I fenomeni politici di massa sono complessi e mai riconducibili ai piani di un singolo attore. Ć appurato però che Ā«senza lāintervento di Lenin la rivoluzione non ci sarebbe probabilmente stata, e il corso della storia del ā900 sarebbe stato molto diversoĀ». La sua impronta ĆØ stata decisiva nel prendere il potere nei luoghi dove il capitale ĆØ politicamente più debole per osare le sperimentazioni di un nuovo mondo possibile. Per questo suo ruolo di creatore dello Stato operaio lo storico Carr celebra Lenin come Ā«un genio più costruttivo che distruttivoĀ», e lo presenta come Ā«il più grande rivoluzionario di tutti i tempiĀ».
Non sono mancate però interpretazioni critiche dellāottobre che riconducono le derive verso il regime personale proprio allāoriginaria impronta lasciata dal leader bolscevico. Il regime sovietico non ha sviluppato gli anticorpi necessari per proteggere il sistema dallāarbitrio del potere personale. La cultura politica di Lenin ĆØ attraversata da inclinazioni libertarie (il Ā«virulento antistatalismoĀ») che con le sue Ā«fissazioni dottrinaliĀ» e fughe utopiche verso la democrazia Ā«primitivaĀ» hanno trascurato le funzioni delle forme giuridiche, degli incastri dei poteri (diritti civili, istituti di controllo politico, immunitĆ delle rappresentanze, separazione dei poteri, autonomie degli organi giurisdizionali, sindacato di costituzionalitĆ ). Il governo di un partito unico e carismatico, organizzato secondo i canoni di centralismo e fedeltĆ , contiene i rischi di abusi e deragliamenti, però questo non significa che la categoria indistinta di totalitarismo sia applicabile allāintera vicenda sovietica come marchio di una comune ereditĆ dispotica che unisce Lenin e tutti i suoi allievi.
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I romanzi del totalitarismo non comprendono le differenze teoriche le varietà della leadership (personale o collegiale) e le evoluzioni del sistema complesso di governo che ospita sotto traccia forme di pluralismo, anche se non organizzato e riconosciuto e formalizzato, e non può essere ricondotto alla retorica di un partito monolitico con una nomenclatura inossidabile che con il culto di un capo esercita un controllo pieno della socializzazione politica e orienta e plasma le credenze di massa latenti e esplicite.
Ci sono momenti eccezionali in cui anche Lenin si allontana dal canone della conduzione collegiale del potere e rivendica la necessitĆ di gestire la giuntura critica con il comando accentrato di un capo energico, ma lo fa in coincidenza con emergenze obiettive che non intende tramutare in sistema.
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Più in generale, Lenin riconosce un certo sperimentalismo nella gestione del potere. ai Ā«cadaveri viventiĀ» della socialdemocrazia, che accusano i bolscevichi di non sapere che farne del governo, egli risponde che non esistevano dottrine da applicare Ā«come se si potesse fare una grandiosa rivoluzione sapendo in anticipo come portarla a termine. Come se questa scienza si potesse attingere dai libri!Ā». Non ĆØ disponibile alcuna teoria da cui ricavare i precetti. Tentativi ed errori sono momenti previsti nello sforzo progettuale di affidare alla politica la costruzione di un altro ordine sociale. Bisogna andare oltre il calcolo, il volontarismo e Ā«verificare continuamente il nostro operato studiando il nesso degli avvenimenti politici nel loro complesso, nelle loro relazioni di causalitĆ , nei loro risultatiĀ»405. Il pragmatismo rivoluzionario di Lenin affida al partito la costruzione di uno Stato garante dellāordine sociale nuovo e quindi lo vede depositario di un prestigio carismatico che costituisce il vincolo durevole di un obbligo politico.
La legittimitĆ del potere non discende da una gara competitiva aperta ma dal fatto etico-politico della rivoluzione come evento di rigenerazione, dal successo nella guerra civile come prova del radicamento profondo. Il partito vanta una legittimazione che non ĆØ scalfibile da verifiche elettorali e Lenin dichiara: Ā«sƬ, la dittatura di un solo partito esiste e non ci discostiamo da essa perchĆ© il partito in una battaglia lunga ha vinto e ha conquistato la funzione di avanguardia del proletariatoĀ». Manca, nello schema leninista del politico, la possibilitĆ che, dopo la conquista del potere, si possa cedere lo scettro afferrato secondo un metodo di competizione aperta alla reversibilitĆ delle posizioni istituzionali (non ĆØ ipotizzabile Ā«una tattica che contempli lāeventualitĆ di perdere il potere sovieticoĀ»).
Questo senso di una vittoria definitiva non significa di per sĆ© totalitarismo, si tratta piuttosto di un modello di gestione del potere che riconduce il pluralismo, compatibile con gli assiomi di conservazione del potere, a quello disciplinato e sorvegliato, interno al mondo del partito-sovrano e alle istanze di partecipazione nella societĆ non ostili al regime. Il monopolio del potere non ĆØ oggetto di competizione, e anche le aperture allāeconomia di mercato richiedono come sicuro contraltare, rispetto al pluralismo delle figure produttive, un controllo centrale del partito. Con il Ā«pluralismo socialistaĀ» di Gorbachev, per rispondere alle carenze del sistema, si va oltre lāimpianto leninista. Le sue misure immettono un forte elemento di incertezza negli ingranaggi del potere che, sul piano delle congiunture storiche, e quindi dellāesperienza reale, si ĆØ costituito come governo del partito sovrano. Intaccare questo fondamento, perchĆ© percepito quale ostacolo alla competitivitĆ e non più accettato dalle condizioni di una societĆ civile sovietica, comporta la evaporazione di un sistema. Con una formazione economica non stabilizzata e con uno Stato vacante senza più principio di sovranitĆ ĆØ inevitabile il collasso, Gorbachev adotta uno stile che non ĆØ attento alle compatibilitĆ interne al sistema, ma cerca di scuoterlo per rigenerarlo e cosƬ fa saltare le coerenze del meccanismo costringendolo alla impossibile convivenza con una logica estranea a quella che postula come invariante il comando di partito. La difficoltĆ delle transizioni post-sovietiche confermano che lāalternativa non era quella tra totalitarismo e democrazia ma tra governo di partito e caos illiberale.
La logica di adattabilitĆ del comunismo era ab origine limitata e lāassorbimento di motivi liberali non poteva spingersi oltre la congiunzione di forme di mercato e di governo di partito. Che ne ĆØ dellāottobre, visto da Lenin come Ā«un passo di portata storica mondiale, che ĆØ entrato nella storia del mondo come una svolta tra unāepoca e unāaltraĀ»?
Rimane, per quella esperienza esaurita, qualche traccia di Ā«un merito imprescrittibile, innegabile e intangibileĀ» come rivendica il suo regista? Sul piano ideale rimane il mito di una societĆ altra che ha mobilitato soggetti, culture; su quello storico resta il contributo decisivo dellāURSS alla vittoria contro il totalitarismo nazista.
Sul terreno politico non tutto il processo dellāottobre ĆØ spento. Anche la Cina ĆØ il frutto della cesura del ā17. Rispetto ai paesi del blocco orientale, nei quali il comunismo fu un prodotto di esportazione, in Russia la rivoluzione ĆØ stato un moto nazionale profondo e radicato. Ancora nel 1996, dopo la catastrofe, il partito scacciato dal potere raccoglie oltre il 43 per cento dei voti al secondo turno delle presidenziali. Per le democrazie più consolidate la fine del comunismo ha segnato lo spegnimento di un movimento radicale di innovazione che appartiene alla venatura più critica della cultura europea. La vittoria del capitalismo sul suo antagonista interno ha estirpato dalle democrazie una tensione conflittuale produttiva di eventi, di logiche correttive rispetto al piano nichilistico del capitale che con il crollo sovietico ha superato un limite alla globalizzazione dei traffici finalmente condotti allāinsegna della dittatura della forma merce.